Per iniziare a scrivere un romanzo

Scrivere un romanzo

Iniziare a scrivere un romanzo è al tempo stesso più facile e più difficile di quanto non si possa pensare all’inizio. E sì, so bene quanto queste mie parole possano suonare strane, o addirittura assurde.

Scrivere è difficile, e lo è ancora di più quando ci si pone l’obiettivo di portare a termine un progetto impegnativo, come un romanzo. Credo che a tutti sia successo almeno una volta di sedersi davanti alla scrivania, o davanti alla tastiera del proprio computer, e decidere di scrivere un romanzo. Perché il primo pensiero sia proprio un romanzo, invece, non saprei dirlo. Ma è una cosa che capita a tutti, prima o poi: ci svegliamo con un’idea in testa e decidiamo di metterla per iscritto, di darle una forma compiuta e di vederla, prima o poi, in una libreria.

Nel momento in cui iniziamo a scrivere, però, ecco che insorgono i primi problemi. La storia viene fuori di getto, fino a un certo punto: l’ispirazione galoppa e le parole prendono forma senza nemmeno doverci pensare. Sembra tutto talmente facile da farci vedere già vicino il nostro stand personale al Salone del Libro, e magari anche il premio Strega, perché no? Oppure, nella nostra mente prende forma una duologia, una trilogia, un’intera serie.

All’improvviso, però, è come se lo slancio iniziale rallentasse e si fermasse poi del tutto. Le frasi non suonano, i personaggi si sono bloccati, la trama non procede. È il momento in cui si dà la colpa alla mancanza di ispirazione, alla sindrome della pagina bianca, e si decide di chiudere nel cassetto l’idea e tornarci su, prima o poi. Sono cose che succedono a tutti.

Facile, difficile: questione di punti di vista.

Come evitare il blocco dello scrittore?

In realtà, scrivere un romanzo è abbastanza semplice, se si decide di procedere per gradi e di dedicare a questo progetto tutto il tempo necessario. Il tempo che serve per imparare a scrivere in modo strutturato, per esempio. Frequentare un corso di scrittura creativa per imparare determinate forme o alcuni espedienti, per fare un altro esempio. Pianificare in anticipo quello che si vuole fare, in modo che la storia possa procedere senza intoppi, una volta iniziata. Lavorare sui personaggi e sulle ambientazioni, in modo che tutto sia già pronto e sia sufficiente, in un certo senso, a riempire gli spazi con delle parole.

Se anche a voi è capitato di iniziare tanti progetti senza riuscire a portarli a termine, forse il punto di partenza sta proprio nel capire cosa sia andato storto e dove intervenire per evitarlo. Su cosa si basava la storia che avevate intenzione di scrivere? Avevate già un’idea sulla direzione da darle? Avevate già pensato a cosa far succedere dopo? Queste sono solo alcune domande – le prime, la punta dell’iceberg.

Partiamo dai racconti brevi

Scrivere un romanzo richiede un grande impegno, sia in termini di tempo, sia in termini di messa in discussione. E scrivere un buon romanzo, se possibile, ne richiede ancora di più. Ma il punto di partenza, in genere, è sempre cercare di capire cosa funziona e cosa non funziona nei nostri tentativi mai portati a termine.

Il modo migliore per iniziare, forse, è impegnarsi in progetti dalla portata sempre crescente. Una delle lunghezze più semplici, quella fattibile anche da un principiante, è circa cinquemila parole. Una lunghezza poco consueta, lo so. Eppure, è la lunghezza che meglio delle altre permette di costruire una trama articolata, con uno sviluppo accettabile dei personaggi e delle loro questioni emotive, senza risultare troppo dispersiva e permettendo quindi di definire la trama in modo concreto e non astratto.

A livello intuitivo, i racconti molto brevi possono sembrare più semplici, ma in realtà non è così: scendere sotto le duemila parole richiede un grande lavoro sulla trama, che deve essere prima stesa e poi ridotta all’osso (a meno che non si voglia scrivere un racconto del tipo slice of life, in cui si presentano i personaggi e poco più). Allo stesso modo, allungarsi in modo significativo sopra la soglia delle cinquemila parole richiede impegno e attenzione nella costruzione delle scene, cosa che si impara con il tempo, come ogni altra cosa. Cinquemila parole permettono di articolare uno sviluppo della trama basato su tre/cinque scene abbastanza definite, senza dover pesare ogni congiunzione o prestare un’attenzione eccessiva ai dettagli. Insomma: un po’ di respiro, ma non troppo da perdersi.

Ogni racconto è una palestra

Nel momento in cui cominciate a pensare ai personaggi, tenete presente che state scrivendo un racconto breve, e che quindi non avrete, con ogni probabilità, abbastanza spazio da presentare bene un migliaio di persone. So bene quanto sia importante per voi descrivere l’epica battaglia finale dei vostri eserciti fantasy, ma non è questo il momento! Vivete ogni esercizio come un allenamento in vista della gara, più che come un punto d’arrivo in cui riversare tutte le vostre competenze. E ricordate, soprattutto, che la stesura di un romanzo è un lavoro molto dispendioso, a livello di idee, e che un piccolo serbatoio personale da cui attingere vi sarà non solo utile, ma davvero necessario!

Cercate anche di affinare lo stile, grazie agli esercizi più brevi. Provate a scrivere più volte la stessa storia cambiando il registro, la cadenza, le scene raccontate o l’ordine in cui le raccontate. Ogni trama, anche la più banale, offre davvero tante possibilità. Giocate con le combinazioni e affilate i coltelli di cui avrete bisogno quando sarete pronti per il vostro romanzo. Imparate a distinguere i problemi che vi si presentano, appuntateli e prendete nota delle soluzioni. Non eravate capaci di gestire le scene “di passaggio” e avete trovato un modo brillante per farlo? Eravate stufi di scrivere descrizioni e siete passati ad altre tecniche? Ogni piccolo spunto può aiutarvi e permettervi di risolvere eventuali ostacoli che troverete sul vostro percorso.

La parola d’ordine è sperimentare

Soprattutto, ecco il consiglio principale: mettetevi alla prova. Non abbiate paura di sperimentare, di scrivere cose strampalate e senza senso, di esagerare con le figure retoriche, con i verbi al passivo, con gli avverbi di modo e con le “d” eufoniche, con tutte quelle cose che fanno impazzire i dilettanti e gli opinionisti. Come per ogni cosa, come in ogni campo, si procede per tentativi ed errori. E non è escluso che, proprio in quelle cinquemila parole piene di strafalcioni e imperfette, si nasconda l’immagine giusta, quella che, inserita nel finale del vostro romanzo, vi porterà diritti in libreria.

Cos’è l’editing di un testo? Chi è l’editor?

Strumenti che utilizza un editor per editare un testo con varie tipologie di editing

Hai scritto l’ultima parola, hai concluso il tuo libro. Hai avuto modo di soffermarti sugli inevitabili errori di battitura, almeno su quelli che il tuo editor di testo ti ha segnalato e sottolineato con una linea rossa. Magari hai perfino proposto a un amico – o a molti amici – di leggere la tua opera e di darti qualche dritta sulle parti da sistemare e quelle da eliminare. Tutto fatto, quindi: la tua storia è pronta per essere pubblicata!

O no?

No.

Anzi, provo a riformularlo senza essere troppo specifica: forse no.

Una storia – una buona storia, una di quelle che i lettori ricorderanno e che troveranno memorabile – deve necessariamente comporsi di molti elementi. Bisogna prestare tantissima attenzione a una serie di fattori, dal registro allo sviluppo della trama, dalla caratterizzazione dei personaggi alla profondità delle ambientazioni. Ognuno di questi aspetti è importante, anzi, fondamentale, per la buona riuscita di un libro, che sia economica o anche soltanto legata alla soddisfazione personale. Purtroppo, quando si scrive non sempre è possibile riuscire a tenere presente ogni singolo elemento. A volte il registro sfugge, a volte la trama viene data per scontata. A volte, e questo è quello che accade più di frequente, ci si avvicina alla scrittura come a un passatempo, e certe questioni passano davvero inosservate, proprio perché estranee e lontane dal nostro modo di approcciarci alla letteratura. Non c’è niente di male nel non sapere.

È a questo punto che, in genere, entra in campo l’editor. Non è una creatura soprannaturale e non ha niente di mitologico: è semplicemente una persona che, come lavoro, cerca di perfezionare gli scritti degli altri. Studia la trama, si assicura che essa si sviluppi nel modo più chiaro, spettacolare e interessante possibile. Analizza i personaggi e cerca di aiutarti a renderli significativi, profondi e intensi. Si occupa anche della forma, ma, oserei dire, quasi in modo secondario. La sua priorità è riuscire a rendere la tua storia qualcosa che i lettori non dimenticheranno facilmente.

Intrigante? Beh, sì. Ma non finisce qui.

Un editor vero, uno di quelli che fa il suo lavoro per amore, non si limita a correggere il testo. Cercherà di aiutarti a crescere come scrittore, ti insegnerà qualche trucco per riuscire a veicolare nel modo migliore i tuoi messaggi, rispetterà il tuo stile e il tuo modo di scrivere, pur cercando di farlo risplendere come merita. Editare un testo non è soltanto aggiungere delle virgole o delle maiuscole qua e là: editare è un percorso che si svolge in coppia con lo scrittore, un viaggio che porta entrambi a imparare qualcosa, sempre nell’interesse della storia.

Un editor vale un altro? Un editing vale un altro?

Purtroppo no.

L’editing, come quasi tutti i lavori intellettuali e non formali, dipende moltissimo dalla persona che lo porta avanti. Non tutti gli editor lavorano allo stesso modo, basandosi sulle stesse informazioni e puntando agli stessi risultati. Non tutti coloro che amano definire loro stessi editor, inoltre, lo sono davvero.

Soprattutto in rete, infatti, è facile trovare offerte di servizi di ogni tipo, da parte di soggetti di ogni tipo. Spesso, però, si finisce per incappare in persone che magari amano leggere, e magari sono anche degli ottimi lettori, ma che non hanno le basi necessarie per portare avanti in modo professionale l’editing di un testo. Spesso si basano su ciò che piace a loro, e, quando editano un testo, si limitano a cancellarlo e a riscriverlo a parole loro. E questo è un comportamento sbagliato per molti aspetti:

  • L’editor non cancella e non riscrive. Il lavoro sul libro spetta, com’è giusto che sia, allo scrittore, che deve poter vedere l’intervento dell’editor, discuterlo, comprenderlo e accettarlo o respingerlo. Deve rispettare lo stile dell’autore, non eliminarlo per sostituirlo con il suo o con quello che gli piace.
  • L’editor non si limita a controllare i refusi o la correttezza formale del testo. Quello è il lavoro del correttore di bozze, più che dell’editor. Nel mio caso personale, per farti un esempio, io non guardo mai la forma se non in terza o quarta lettura. Sì, hai capito bene: il testo viene letto più e più volte, prima di raggiungere una forma definitiva che soddisfi tutti. E quella che viene spesso definita “la grammatica” non entra in gioco che verso la fine, quando ormai la tua storia ha una forma precisa e compiuta.
  • Il lavoro dell’editor richiede una buona quantità di tempo. Pensa al compenso che ti viene chiesto e prova a fare il conto di quale sia il numero di ore che la persona a cui ti sei rivolto ha intenzione di passare sul tuo libro. È un modo semplice e molto efficace per capire quale sarà la profondità che l’intervento sul testo potrà ragionevolmente raggiungere. Per quanto le tariffe basse possano sembrare attraenti, chiediti se la cifra spesa sarà sufficiente, o se dovrai chiedere una seconda consulenza e spendere di più. Prova anche a ragionare su quanto sia difficile lavorare con delle tariffe fisse: un editor che non richiede il testo prima di fare un preventivo, forse, ha un metodo che non tiene presente il tuo modo specifico di scrivere o il tipo di opera che proponi.
  • L’editor ti fornisce una base da cui partire per i tuoi progetti futuri. Ragionare su ogni correzione e ricevere una buona motivazione per ogni intervento sul testo ti permette di capire quali sono i tuoi punti di forza e quali, invece, quelli su cui puoi ancora lavorare. Nel momento in cui le correzioni vengono imposte dall’alto, magari indicate in rosso sul testo e non suggerite, questa possibilità viene meno. Per esempio, immagina di avere una lacuna sintattica della quale ignori l’esistenza. Se l’editor si limitasse a cancellare la forma sbagliata e inserire quella giusta al tuo posto, credi che impareresti a correggerti? L’editing, come ho già detto, è un percorso condiviso. Ogni intervento viene proposto per una ragione, sta all’editor spiegarla in modo che sia comprensibile per l’autore.
  • Non esiste un solo tipo di editing. Fai molta attenzione a cosa ti viene offerto. La persona con cui hai intenzione di lavorare si limiterà a guardare la forma oppure interverrà sulla struttura della tua opera?